Nel continuo fermento artistico della scena musicale americana e nel suo continuo alternarsi di next big thing e replicanti di vecchie rock icone rock, ogni tanto fa capo qualche sopresa interessante ma pochissime volte accade di trovarsi di fronte a cantautori con reali possibilità di sfondare e molto spesso si tratta solo di lampi momentanei come accadde negl’anni novanta con Phil Cody con The Sons of Intemperance Offering. Di recente si fa un gran parlare di Dave Boutette, un giovane cantautore dalla grandi qualità, che da poco ha pubblicato The Piccolo Heart, un disco di pregevole fattura che mescola sperimentazione e ricerca sonora con un limpido songwriting. Boutette non è un pivellino, ma anzi ha una bella esperienza alle spalle prima con i Junk Monkeys, una punk rock band di Detroit poi come solista. I suoi tre album precedenti non hanno avuto grande risonanza ma ascoltandoli si ha la sensazione che il suo talento emerga progressivamente e se letto in questo senso The Piccolo Heart, è il suo disco della maturità presentando un vero e proprio salto di qualità rispetto al passato. All’ascolto si ha la sensazione di essere di fronte ad un cantautore, una spanna più in alto rispetto al più recente Ryan Adams e ben lontano dalla sua ripetitività, essendo questo disco assolutamente vario nei suoni e soprattutto nelle strutture musicali. Il disco si apre con un uno-due esaltante prima con la torrida Dime in Hand e poi con la piccola sinfonia sgangherata di Won’t Go Away che parte a ritmo di polka per poi diventare un blues sferragliante che richiama Highway 61 di Bob Dylan sirene comprese. Seguono ballate pregevoli come Iva, Girl In Love dove le chitarre incontrano il violoncello, e la splendida Waltz For Smelt che ricorda un po’ The Band e un po’ Tom Petty. Ciò che colpisce è comunque la cura sonora, ed in questo complice di Boutette è stato sia l’ottimo Adam Druckman alla produzione sia il sostegno di alcuni membri dei Great Lakes Myth Society, che suonano nelle varie tracce ed in particolare nella bellissima First Snow Of November, un brano quasi rumoristico che ci porta nei pressi del Tom Waits più sperimentale. Sul finale arrivano prima la fascinosa Walk Me Home Again e la rilettura Why No One to Love?, dal songbook di Stephen Foster, poi la sinuosa title track sostenuta dall’accordion di John Comfort, che suggella un disco quasi perfetto. Non ci sentiamo di usare la parola capolavoro ma senza dubbio The Piccolo Heart è un disco che lascerà il segno.

– Il Popolo del Blues